Lettera ad Oriana Fallaci da un collega fiorentino

Riflessioni di un giornalista sulla sua grande collega e del rapporto con la loro città

pubblicato il 16/09/2016 in Arte e Cultura da Luciano Mazziotta
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Luciano Mazziotta

Si fa presto a dire anniversario e riappacificazione. Firenze per la sua stessa natura è poco incline al primo termine, quasi allergica al secondo: tanto da sopportarli entrambi malvolentieri. Tanto da chiudere definitivamente le porte in faccia a chi osi in qualche modo allontanarsi da lei. Per lavoro, per amore, per la voglia di scoperta e di avventura, per aprire di più la propria mente, per vedere un mondo diverso, fuori dai confini della “Firenzina” così magistralmente definita anni fa da un altro fiorentino illustre, Giovanni Spadolini. Così è stato per Dante e per tanti ingegni andati per così dire a far fortuna fuori dalle mura di Santo Spirito o da porta Romana dalla quale entrarono gli alleati l’11 agosto 1944 giorno della liberazione della città ad opera delle truppe partigiane che stavano organizzando l'insurrezione contro i nazi-fascisti. Così è stato anche per l’Oriana, penna irriverente e caustica, poco incline alle mediazioni, assoluta qualche volta nelle sue convinzioni fino a sfiorare l’estremismo, ma precorritrice di un futuro del quale con tutta sincerità avremmo fatto volentieri a meno.

Oriana si era scagliata non poche volte contro Firenze, una su tutte nel 2002 la ferocissima (e giusta) polemica affidata alla sua scrittura veemente sul Social Global Forum che aveva trasformato la “cristalleria del centro storico” in un bivacco a cielo aperto. Finì bene quella volta, ma la frattura già ampliatasi in occasione del “corsaro” La rabbia e l’orgoglio si accentuò ancora di più fino a rischiare di compromettere per sempre i rapporti fra città e cittadina. Non è un caso se ci sono voluti dieci anni e tre sindaci (Domenici, Renzi e Nardella) per arrivare con molta fatica all’'intitolazione di un piazzale davanti alla Fortezza da Basso che probabilmente a lei non sarebbe piaciuto per niente.

Quasi una sorta di atto dovuto per togliersi di torno le polemiche che ciclicamente, ogni anno, tornavano in occasione dell’anniversario della sua morte. Ma Oriana, anche da lontano, anche nel suo intimo più profondo, era e restava una Fiorentina e portava sempre con sé la sua città: la sua città che la guardava ultimamente con sufficienza e freddezza, qualche volta bollandola con commenti caustici e cattivi come solo li sanno partorire i fiorentini in talune circostanze, ma della quale era innamoratissima fino al punto di farsi riportare a Firenze da New York quando ormai le restavano poche settimane da vivere per poter morire guardando con i suoi occhi magnetici e scrutatori la magnifica bellezza della cupola di San Giovanni e consumando così il suo ultimo ed estremo atto d’amore per la città al termine di una vita vissuta lontanamente da Santa Croce o dal Torino di San Niccolò: ma tutta all’insegna della conoscenza, della curiosità e della grande voglia di raccontare gli eventi che in quel momento stavano sconvolgendo il mondo.

Firenze deve molto ad Oriana Fallaci, molto di più di un piazzaletto con un giardino spelacchiato in uno dei punti più caotici, nevrastenici e trafficati della città. Quasi ad espiazione di chissà quale peccato: forse quello di averle girato le spalle per guardare altrove, ma portando sempre con sé, oltre all’amore sconfinato per “sassi” e monumenti, quelle parole divenute un segno di riconoscimento indelebile: “Fiorentino parlo, fiorentino penso, fiorentino sento. Fiorentina è la mia cultura e la mia educazione. All’estero, quando mi chiedono a quale Paese appartengo, rispondo: Firenze. Non: Italia. Perché non è la stessa cosa”. Ciao Oriana…….

 

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