Il 2 novembre 1975 veniva assassinato Pier Paolo Pasolini

La vita tormentata di un grande poeta, regista e osservatore dei mutamenti sociali italiani

pubblicato il 02/11/2016 in Arte e Cultura da Deborah Galasso
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Deborah Galasso

"Pasolini veniva ucciso il 2 novembre 1975. A celebrarlo è lo stesso paese che lo diffamò in ogni modo. Oggi ho la consapevolezza di amare follemente il Pasolini fatto a pezzi durante la sua vita e di disprezzare il paese che lo glorifica solo quando il suo cadavere non mette più paura a nessuno." Queste le parole di un altro "scomodo" poeta: Roberto Saviano.
Effettivamente la persona di Pier Paolo Pasolini è stata ritenuta scomoda più e più volte, un uomo camaleontico: poeta, regista, autore e scrittore, un'intelligenza fuori dal comune di un modernità inconsapevole.
Culturalmente versatile, si distinse in numerosi campi, lasciando contributi anche come pittore, romanziere, linguista, traduttore e saggista, non solo in lingua italiana, ma anche friulana. In Pier Paolo crebbe la passione per la poesia e la letteratura, mentre lo abbandonava il fervore religioso del periodo dell'infanzia, studiando al liceo classico infatti apprese tutta la bellezza delle materie letterarie e le sue letture spaziavano da Dostoevskij, Tolstoj e Shakespeare ai poeti romantici del periodo di Manzoni. Si iscrisse così, a soli diciassette anni, alla Facoltà di Lettere dell'Università di Bologna, e scoprì nuove passioni culturali, come la filologia romanza e soprattutto l'estetica delle arti figurative insegnata al tempo dall'affermato critico d'arte Roberto Longhi. Il 26 novembre 1945, Pasolini si laureò in Lettere con 110/110 discutendo una tesi su Giovanni Pascoli

Dopo la guerra , che fu vissuta da Pier Paolo in modo attivo e coinvolto, vi fu la pubblicazione del suo primo romanzo autobiografico dove descrive per la prima volta le sue esperienze omosessuali.

Il 26 gennaio del 1947 Pasolini scrisse sul quotidiano "Libertà" di Udine: «Noi, da parte nostra, siamo convinti che solo il comunismo attualmente sia in grado di fornire una nuova cultura "vera", (...) una cultura che sia moralità, interpretazione intera dell'esistenza».  Pasolini, osservò le nuove esigenze di giustizia nate nel rapporto tra il padrone e le varie categorie di diseredati e non ebbe dubbi sul dove schierarsi. Cercò così di consolidare una prima infarinatura dottrinaria con la lettura di Karl Marx e soprattutto con i primi libri di Antonio Gramsci.
Si traferì a Roma negli anni '50 e  furono anni difficili  per Pasolini dove grazie all’aiuto di un suo amico riuscì finalmente a trovare lavoro come insegnante e contemporaneamente svolgeva molte attività letterarie e ricreative. Compose in questo periodo le poesie che verranno raccolte in Roma 1950 – Diario pubblicate nel 1960 uscì il suo più famoso romanzo.

Nel 1955 uscì "Ragazzi di vita" che in seguito assunse un ruolo centrale nel panorama culturale italiano ma il tema scabroso che trattava, quello della prostituzione omosessuale maschile, fruttò all'autore accuse di oscenità. Nonostante l'intervento negativo della critica e l'esclusione da vari premi,il libro ebbe un notevole successo, ma la polemica continuava.


A luglio si tenne a Milano il processo contro il romanzo  che terminò  con una sentenza di assoluzione con "formula piena", grazie anche alle testimonianze di Carlo Bo, che aveva dichiarato il libro essere ricco di valori religiosi "perché spinge alla pietà verso i poveri e i diseredati" e non contenente oscenità perché "i dialoghi sono dialoghi di ragazzi e l'autore ha sentito la necessità di rappresentarli così come in realtà", e di Giuseppe Ungaretti, che inviò una lettera firmata ai magistrati che si occupavano del caso dicendo loro che si trattava di un abbaglio clamoroso perché il romanzo di Pasolini era semplicemente la cosa più bella che si poteva leggere in quegli anni.

Durante gli anni sessanta si dedicò al cinema scrivendo varie sceneggiature, collaborando con grandi registi quali Fellini e Bertolucci. Nel corso della sua vita Pasolini ricevette 24 denunce e/o querele che lo fecero vivere  avvolto in un ingiusto senso di colpa.

La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un'epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile.

Nella notte tra il 1º e il 2 novembre 1975 Pasolini fu ucciso in maniera brutale: percosso e travolto dalla sua stessa auto sulla spiaggia di Ostia, dell'omicidio fu incolpato Pino Pelosi, già noto alla polizia come ladro e come "ragazzo di vita". Nelle questioni giuridiche di questa vicenda assai travagliata non entriamo in merito, molti, tra i quali Oriana Fallaci, ipotizzavano una premeditazione e la partecipazione di altre persone che volevano far fuori a tutti i costi l'estro di Pier Paolo. Questo suo modo di essere così fuori dagli schemi dava noia, questo suo coinvolgimento e attivismo su più fronti non era compreso. Pier Paolo ha pagato il prezzo di essere un genio purtroppo incompreso e di trattare temi ancora troppi difficili da esporre in maniera colloquiale e normale, la sua morte così ambigua lascia una crepa difficile da sanare nella letteratura, nell'arte e nella vita in generale.

Deborah Galasso

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