Pierpaolo Pasolini: tra cinema e poesia (parte seconda)

Un viaggio tra post-neorealismo , cinema sacro e trilogia della vita

pubblicato il 25/11/2016 in Arte e Cultura da Gianluca Ottuso
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Gianluca Ottuso

Per Pasolini la poesia era un tramite con il mondo, un mezzo per urlare la sua rabbia verso il bigottismo religioso,attraverso i paraventi di una società,che si vergognava di cambiare. Nel cinema egli trovò un nuovo sfogo poetico,reinventandone il linguaggio,che,a sua volta,diventò più sintetico,avvalendosi di attori presi dalla strada,che si esprimevano in dialetto,per raccontare in maniera nuda e cruda la propria miseria.Tutto questo Pasolini lo fa,non dimenticandosi della scuola neorealista di Fellini,di Visconti,di Rossellini, ed è proprio da quel cinema che egli inizia il suo lungo viaggio,attraverso i suoi personali movimenti di macchina, alla sua rappresentazione di primi piani iconici, che ricordano una certa pittura di epoca quattrocentesca.

L'esordio alla regia avviene con "Accattone" dove i rimandi,appunto,a un certo linguaggio classico neorealista come:"La terra trema" di Visconti o "Germania anno zero" di Rossellini,tanto per fare degli esempi,sono evidenti.Accattone (Franco Citti) è l'anti-eroe della faccia oscura della periferia delle "nostre" metropoli, colui che non ha costrutto nella vita, che vive sfruttando una prostituta per poi distruggerla quando a lui conviene;in seguito conoscerà,poi, un altra donna che dapprima tenterà di spingerla alla stessa vita della precedente,ma questa volta invece,quasi per miracolo se ne innamorerà,avviando cosi, dentro di sé un processo di purificazione dell'anima,ma la sua natura non può cambiare e, non potendo sfuggire al proprio destino di chi non può meritare etica divina,morirà.La poesia in cinema Pasoliniana vive tre fasi nella sua ricercata filmografia.
La prima è riconducibile al cosiddetto"cinema sacro", la seconda è più un cinema di "poesia pura", la terza,infine è quella dell' eros attraverso lo sguardo di "altri popoli".

La seconda fase  è compresa in un biennio, molto prolifico, che va dal 1968 al 1970,comprende ben sette opere: La terra vista dalla luna, Edipo re, Che cosa sono le nuvole,  Teorema, La sequenza del fiore di carta, Porcile e infine Medea.

Teorema è l’opera centrale e più rappresentativa del pensiero poetico del maestro. Innanzitutto il film è targato 1968,ed è in piena contestazione che la pellicola irrompe alla mostra del cinema di Venezia che viveva appunto in quell'edizione la sua più travagliata stagione di passione. La commissione fu attaccata e fermamente accusata di adottare nella valutazione un piglio di stampo fascista da diversi autori, tra cui lo stesso Pasolini.
 

Teorema è il giudizio dell'autore contro l'individualismo della classe borghese votata al consumismo di una società piatta e noiosa; il film narra la parabola di un ragazzo, Angelo, del quale non si conoscono le origini. Bello e cordiale e fuori dagli schemi, è assorto nella lettura del "maledetto" Rimbaud. Il bel giovane sconvolgerà la vita senza colore di una famiglia borghese milanese, che a sua volta, non potrà resistere, al fascino del"diverso"e vivrà con lo stesso, un vortice di amore e sesso per potersi liberare dai propri singoli, dogmi e preconcetti sessuali, religiosi e complessi di ogni sorta.

Quando infine,Angelo, ritornerà dal "nulla" dal quale misteriosamente era venuto, ogni singolo elemento della famiglia medio borghese impazzirà. L'analisi più lucida, da parte del Pasolini verso la società contemporanea, che nasconde i propri scheletri nell'armadio e si assicura di ometterli a tutto il mondo esterno, ancor prima che a se stessa.

 

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