Storie di donne: Caterina

Caterina e quindici anni di violenze dalle quali è uscita grazie alla sua raccolta di prove e testimoni

pubblicato il 25/11/2016 in Attualità da Elisabetta Failla
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Elisabetta Failla

Ci sono voluti 15 anni, di cui 5 di convivenza, fatti di soprusi, vessazioni, violenze, sia fisiche che psicologiche prima che Caterina trovasse la forza di dire “basta!” e cominciasse il suo lungo percorso verso la rinascita. Perché lei ce l’ha fatta. È viva e, dopo tanta sofferenza, ha potuto voltare pagina e ricominciare. Anche se il dolore che ha provato ancora non l’abbandona.

Nel 2002 la prima denuncia, revocata, a cui ne sono seguite altre due nel 2008 e nel 2010. Ma non erano mai sufficienti per far smettere un uomo di starle continuamente alle costole in ogni modo possibile. “Non è facile denunciare fatti del genere – racconta Caterina – perché sei davanti a funzionari diffidenti che devono verificare sia i fatti che la propria stabilità psichica affrontando interrogatori lunghi e sfiancanti”. Le prove, l’unico mezzo per poter inchiodare uno stalker, non sono facili da raccogliere perché simili violenze accadono fra le mura di casa lontano da testimoni. Ma Caterina, con pazienza certosina, le ha raccolte tutte. “Ho avuto fortuna – prosegue – perché lui era un cyberstalker e ho potuto così portare alla procura di Firenze tutte le prove di questa follia”. Sms, email, telefonate registrate ma anche il satellitare dell’auto sotto controllo per conoscere tutti i suoi movimenti e sim telefoniche clonate.
Caterina ha passato tanto tempo a raccogliere tutto il materiale che poteva essere utile alle indagini. In silenzio e da sola. Perché la solitudine in momenti come questo è spesso l’unica compagnia. “Ho dovuto nascondere tutto a tutti – racconta – anche perché le persone non credono che fatti del genere possano accadere proprio a qualcuno che conoscono, ti danno contro”. Soprattutto quando è la famiglia, il primo nucleo che dovrebbe difendere e proteggere, a chiedere di chiudere questa storia come se nulla fosse. Un momento in cui molte donne mostrano tutta la propria debolezza e ritirano la denuncia. “Non l’ho fatto – spiega Caterina – perché sapevo che questo era l’unico modo per uscirne nonostante l’isolamento socio – professionale in cui mi sono mio malgrado trovata. Per assurdo mi ha creduto più la procura dei miei familiari”.
Ma è stato un modo per lei per capire chi le fosse davvero amico. In tanti le hanno voltato le spalle, ma altrettanti le sono stati accanto sostenendola non solo con l’affetto ma avendo anche con il coraggio di testimoniare la follia di quell’uomo. “Gli amici sono stati i principali testimoni della denuncia – prosegue – Donne e uomini meravigliosi che hanno voluto dare il loro contributo perché conoscevano il dolore a cui ero stata sottoposta”.
 

Ma una volta iniziate le indagini, c’è voluto poco tempo perché quest’uomo fosse interrogato e poi messo agli arresti domiciliari dopo aver sequestrato nella sua abitazione 50 fra armi e fucili. Era il luglio del 2013. Il 28 novembre dello stesso anno è iniziato il processo penale (quello civile per risarcimento danni è ancora in corso) che si è concluso con la condanna dello stalker a tre anni e mezzo. Quasi il massimo della pena anche se poi, col patteggiamento, è stata ridotta ad un anno e 10 mesi.
“Non mi sono mai pentita – prosegue – perché la denuncia è l’unica cosa che si può fare quando non hai vie di fuga e vuoi ricominciare a vivere. Ho sempre avuto fiducia nella giustizia e avevo ragione”.
Solo dopo Caterina ha potuto voltare pagina. Con tanta difficoltà. Perché se prima la lotta era fra lei e il mondo esterno per essere creduta, dopo la lotta era dentro sé stessa. “Sono divisa in due – spiega - una parte di me soffre per il dolore provato. Anche perché non è facile superare il fatto di aver denunciato l’uomo che amavo. E poi c’è l’altra parte di me, quella che vuole vivere e che vince tutti i giorni”.
Caterina adesso ha un nuovo compagno che l’ha sostenuta anche nei momenti difficili delle indagini e del processo. Come il suo figlio amatissimo. È stata reintegrata sia dal punto di vista sociale che professionale. Ma sente, da persona sensibile qual è, di avere anche un altro scopo: quello di aiutare altre donne ad uscire vive da quell’incubo che lei ha vissuto sulla sua pelle.

“Bisogna denunciare queste persone – consiglia Caterina – ma è importante avere le prove dei fatti, avere i testimoni. Conservare tutto, dai messaggini alle email, registrare le telefonate. Perché sono importanti per gli inquirenti”.
Fondamentali anche le associazioni che si occupano di queste questioni. “Il percorso è lungo e difficile ed è necessario un supporto psicologico, psichiatrico e, talvolta, anche farmacologico. Spesso c’è bisogno anche di un rifugio dove nascondersi, soprattutto quando ci sono dei figli. Ecco che associazioni come Artemisia, a cui mi sono rivolta, sono indispensabili”.
Caterina consiglia poi di non nascondere mai nulla per amore. Ad esempio, al pronto soccorso non inventare scuse ma dire che i lividi, le lesioni sono causate da botte, da violenze e fare il nome di chi le ha causate. “È importante dire la verità per poi avere le prove dei fatti – conclude - Perché è necessario denunciare queste persone se si vuole continuare a vivere. Bisogna avere la forza di andare avanti da sole, di lottare da sole, per avere giustizia ma soprattutto un’altra possibilità per sé stesse e, eventualmente, per i figli”.
Parola di Caterina, che a testa alta può dire:” Non sono morta. Io sono viva”.

 

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