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Coronavirus, la scomparsa del "domani". Come l'emergenza e il lockdown ci stanno rubando l'idea di futuro

La reclusione forzata, l'isolamento coatto e l'incertezza per la ripartenza trasmettono la sensazione di un ergastolo senza appello

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Domani. Una piccola parola di sole sei lettere che scandisce la nostra vita fin da quando iniziamo a parlare. Una piccola parola di sole sei lettere la cui scomparsa può seriamente compromettere il nostro equilibrio psicologico. In questo isolamento forzato dovuto al Coronavirus, con il bombardamento mediatico di notizie contrastanti su come potrà e non potrà essere il nostro “domani”, se mai ci sarà, ci sentiamo sempre più spaesati, privi di punti di ancoraggio, in animazione sospesa in un limbo del quale non si vede la fine.

I Masai non hanno il concetto del “domani”, tant’è che – come ci spiega icasticamente Karen Blixen ne La Mia Africa – se malauguratamente vengono rinchiusi in prigione muoiono di lì a poco, poiché sono convinti che la prigionia sarà la loro condizione perenne. Una cosa simile sta accadendo a molti “detenuti” da Coronavirus. Prigionieri agli arresti domiciliari senza per giunta aver commesso alcun reato, molti crollano in uno stato depressivo al quale sembra non esservi rimedio né fine, perché “domani” pare essere una parola vuota e priva di significato.

L’isolamento dagli amici o dalle persone amate; la reclusione coatta entro quattro mura; il timore del contagio; il terrore di vedere la propria attività fallire incondizionatamente; la scomparsa di un’idea di futuro o la paura di un futuro nero equivalgono a una sensazione di “ergastolo” in cui per l’appunto il “domani” non esiste più.

In molti casi tutto questo coacervo di sensazioni si riassume in una progressiva agorafobia, la paura cioè di lasciare la propria casa e di uscire all’esterno, in un mondo nel quale – per giunta – circola un nemico invisibile che ha divorato i nostri “domani”. Oltre al fatto che l'assenza di un'idea di "futuro" può facilmente sfociare in un desiderio autodistruttivo o di violenza contro sé e gli altri, in cerca di un capro espiatorio per quella che appare un'insostenibile condizione. 

Per questo, oltre agli aiuti economici sarebbe il caso di potenziare gli ausili psicologici specie se la ripartenza dovesse essere procrastinata a tempo indeterminato. Benché la filosofia del Carpe Diem c’insegni a cogliere il fiore del giorno e a godere il più possibile del nostro “oggi”, restituire ai cittadini la speranza nel “domani” dovrebbe essere al primo posto dell’agenda istituzionale.

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