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Panama Papers, la mano elvetica

Si dimette premier dell’Islanda

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Vladimir Putin (ma non ditelo al Cremlino).

Lionel Messi. Clarence Seedorf. Luca Cordero di Montezemolo. Gianni InfantinoJarno Trulli, e chi più ne ha più ne metta. E non solo persone: anche società, come Inter e Finmeccanica. Più atomico di dieci Wikileaks messi insieme. Ė senza ombra di dubbio lo scandalo dell’anno. Parliamo di Panama Papers, il maxi-scandalo che coinvolge i fondi principeschi degli uomini più ricchi, famosi e influenti della Terra messi al sicuro nei paradisi fiscali.

Secondo quanto continua a rivelare il Consorzio internazionale dei giornalisti d’inchiesta (ICIJ), che ha scoperchiato il pentolone,  sono oltre 1200 gli enti svizzeri figuranti nel novero delle 14.000 banche, studi di avvocati e intermediari che hanno contribuito a dar vita alle società offshore al centro dell’indagine giornalistica suddetta.

Il numero di tali società offshore (cioè, per capirci, società  registrate in base alle leggi di uno stato estero, ma che conducono la propria attività al di fuori dello stato o della giurisdizione in cui risultano registrate) è davvero impressionante: 214.000. Come calcolano i curatori dell’inchiesta-shock, per la creazione di almeno 34.000 di esse, cioè del 16% del totale coinvolto, ci sarebbe stato l’interessamento diretto dei soggetti bancari elvetici a cui abbiamo fatto riferimento prima parlando, però, solo di numeri e girando intorno al loro peso “nominale”.

Scendiamo nei dettagli adesso, premettendo, com’è doveroso, che si tratta di veri e propri colossi del credito e del risparmio in quella che è considerata la Patria della Precisione. UBS, Credits Suisse, Hsbc Svizzera: sono solo alcuni dei “pesci grossi” che figurano nella lista degli istituti più attivi nella registrazione di società-schermo.

E intanto il super-scandalo comincia a fare le sue prime vittime politiche: il premier islandese Sigmundur Gunnlaugsson, il cui nome è spuntato nelle carte, ha rassegnato le dimissioni. E neanche il primo ministro inglese, David Cameron, che deve gestire il coinvolgimento del defunto padre  Ian nell'affare, se la passa tanto bene: e il bello (o il brutto) è che rischiano di finire nella bufera anche altri papaveri del partito Tory.     

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