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Trump & Hillary, vittorie e tanti guai

Entrambi vincono nello Stato di Washington

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Uno continua sicuro  la sua marcia trionfale, implacabile come un bulldozer.

L’altra interrompe finalmente un trend disastroso, ma solo quello: non ottiene infatti alcun trofeo in termini di delegati, a parte la gloria platonica della vittoria. Donald Trump & Hillary Clinton: i due tornano a braccetto al traguardo intermedio delle primarie posto all’altezza di Olympia, la capitale del territorio federato che ha come emblema il volto del primo presidente Usa (e he proprio per questo si chiama Washington).

Oro colato, altro oro colato per Trump – e non potrebbe essere diversamente –  il 76,2% del 24 maggio, che gli consente di aumentare di altre 40 unità  il proprio saldo-delegati (a novembre, se così avrà da essere, il bilionario vincerà la metropoli del District of Columbia, ma di sicuro s’insedierà alla Casa Bianca come se dovesse accomodarsi in un casino di Las Vegas).  Per la Clinton, invece, un 54% (Sanders ha preso il 46, scrive il Seattle Times) che gli dà l’opportunità di riannodare i fili  di un discorso vincente smarrito da un po’, anche se qui, nello Stato di Washington, la partita per i delegati era già stata decisa dai caucus  dello scorso 26 marzo (i caucus sono le assemblee degli elettori, e grandi elettori, di un determinato partito,  mentre le primarie sono aperte a tutti i cittadini). E si era risolta in favore del senatore del Vermont: a lui infatti ne erano andati 74, all’ex First Lady solo 27. E non ne ha guadagnato nessun altro, come abbiamo detto. Morale della favola: Donald il Terribile 1209 delegati (-28 alla nomination); Hillary sempre 2305 delegati (-78 all’investitua finale).

Trump super-votato, dunque, eppure sempre più super-odiato. Non bastavano gli ambienti interni al suo stesso partito che gli hanno sempre mostrato ostilità, sin dalla sua discesa in campo nelle primarie;   adesso ci si mette anche l’intellighenzia, finora non schierata in modo manifesto ma che proprio in queste ore è uscita decisamente allo scoperto. con un appello che vede 600 firmatari di lusso del mondo della letteratura. Non si contano i nomi dei signori delle vendite in libreria: Stephen King,  il maestro del thriller, Junot Diaz, il Premio Pulitzer 2008, Cheryl Strayed, l’autrice di Wild, Dave Eggers, incoronato re del libro dal Los Angeles Times, e tantissimi altri loro colleghi hanno espresso sulle colonne del magazine online Literary Hub  il loro no categorico a Trump.

Contro il quale riesplode anche la contestazione di piazza: l’ultimo comizio trumpiano ad Albuquerque, nel New Mexico, è stato infatti rovinato dalla protesta di un gruppo di facinorosi che prima ha mostrato cartelli dove era scritto “Trump è un fascista” e poi ha tentato di sfondare i cordoni di polizia. E, dulcis in fundo, ad impensierire il candidato repubblicano è arrivata anche un’accusa di evasione fiscale: basandosi su documenti emersi durante un’azione legale di ex dipendenti di un’immobiliare partner del gruppo di Trump, il Daily Telegraph scrive che il bilionario ha effettuato un investimento truccato da prestito con cui avrebbe sottratto allo Stato americano l bellezza di 50 milioni di dollari.

Hillary Clinton può sorridere dei mali del suo sfidante conservatore ma solo a metà: come una gastrite mal curata, infatti, proprio in un momento per lei poco brillante alle urne torna a farsi sentire la minaccia del mail-gate, il “peccato” dei tempi in cui era segretario di Stato (primo mandato di Obama) che ha rischiato di azzopparla sin dall’inizio delle primarie. Per il Dipartimento di Stato ella "violò il regolamento" usando il suo account privato per comunicazioni di rilievo istituzionale: altro che asprine e tisane del Nord-Ovest...

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