Eris, “l'attacco” curdo del Rojava

Ingegno e sopravvivenza per il nuovo blindato nel Kurdistan siriano

pubblicato il 07/06/2016 in Dal Mondo da Daniele Del Casino
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Daniele Del Casino
Foto Newroz Kobani

Si chiama Eris, che in lingua curda significa attacco, ed è l' frutto dell'ingegno e delle capacità costruttive delle officine popolari del Rojava, la regione autonoma  conosciuta anche come il Kurdistan Siriano.

Eris è un veicolo blindato autocostruito, ricavato dallo chassis di un camion – probabilmente militare, anche se non è dato sapere la sua provenienza – nato per garantire mobilità ma sopratutto sicurezza alle forze combattenti di  YPG – Unità di Protezione Popolare - e YPJ –  Unità di Protezione delle Donne, ed è proprio il vessillo di queste ultime che svetta sul blindato durante la sua prima uscita.

Trasportare unità in assetto di combattimento in modo veloce e sicuro ma anche evacuare civili rimasti intrappolati nelle costruzioni prese di mira dal fuoco nemico o poter prestare soccorso ai feriti al riparo dai cecchini, dove la vergognosa pratica di sparare a chi sta raggiungendo un ferito – tristemente nota durante la guerra civile nella ex Jugoslavia – sono tra i compiti affidati al nuovo blindato. Compiti tutt'altro che facili a causa delle armi in uso al nemico che minaccia il Rojava, tra cui spiccano i fucili antimateria in calibro 50 .BMG e il famigerato lanciarazzi RPG.

  

La costruzione e l'uso di  blindati fai da te non è una novità nonostante l'evoluzione – e il mercato – di tali veicoli in epoca moderna: durante la guerra civile nei Balcani in Slovenia, Croazia e Bosnia vennero schierati autoblindo ricavate anche da trattori agricoli ma in molti casi – come per Eris – da camion, in alcuni casi davvero sgargianti come un esemplare in uso alla polizia croata, dipinto in colorazione mimetica ma dotato di cinque sirene e luci lampeggianti per simulare, specialmente di notte, l'arrivo di un corteo di polizia.

Il blindato Eris si appresta ad essere un nuovo simbolo di resistenza e determinazione per la popolazione del Rojava ma anche della sua tutela, in attesa di uno sforzo diplomatico internazionale che stenta a materializzarsi forse per l'ingombrante presenza del regime turco.

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