Piacere, Donald

Chi è il 45° presidente Usa

pubblicato il 10/11/2016 in Dal Mondo da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Donald Trump

Settant’anni, sposato, divorziato, risposato, divorziato un’altra volta, risposato ancora, cinque figli. E un patrimonio stimato di 3 miliardi di dollari. 

Così Giovanni Minoli presenterebbe Donald Trump, se fosse suo ospite a Mixer. Donald Trump, per alcuni il Berlusconi americano: di certo, di fronte a Minoli e alla sua doppia telecamera, Trump non ostenterebbe il classico sorriso berlusconiano “nonostante tutto” , ma si produrrebbe in una delle sue solite espressioni strafottenti e accigliate; e alla domanda del conduttore su quale sia il suo peggior difetto non risponderebbe “Ci penso”, come fece con superiore diplomazia l’allora Cavaliere, ma probabilmente ruggirebbe un: “I have no defects, only winning features”, “Non ho difetti, solo caratteristiche vincenti”.

Uomo fatto dal nulla, si dice spesso del presidente americano appena eletto, ma questo è vero solo in parte. Politicamente, senz’altro: come uomo d’affari, invece, Donald John Trump, nato a New York  il 14 giugno1946 (in Italia erano appena passate ventiquattr’ore dacché Umberto II di Savoia aveva fatto le valigie), ha potuto approfittare – e largamente – della solida tradizione di famiglia. Eppure è innegabile che anche negli affari ci ha messo almeno un po' di suo, specialmente in termini di genio & sregolatezza.

Figlio di Fred Trump, investitore immobiliare, a sua volta figlio di Friedrich, un barbiere emigrato dalla Germania che diede una svolta nella sua vita costruendo hotel e ristoranti sull’Oceano Pacifico e nelle terre della corsa all’oro, Donald, finita l’Accademia militare, si laureò in Pennsylvania, col massimo dei voti, alla Wharton School, prestigiosa università economica. Subito dopo entrò nell’azienda paterna. Quest’azienda si chiamava “Elizabeth Trump & Son”, in omaggio alla madre di Fred, Elizabeth Christ (in Trump, naturalmente), che dopo la morte di Friedrich gestì da sola gli affari del marito. Già segnalatosi da studente  per alcuni brillanti progetti immobiliari (il rilancio di un complesso a Cincinnati), il giovane Trump trovò il decisivo volano per la sua carriera a Manhattan, a partire dal 1970. Tra un albergo di lusso ristrutturato e un altro, decise che era arrivato il momento di mettersi in proprio, e così a metà del decennio fondò la sua Trump Organization, destinata a diventare il fulcro del suo futuro impero finanziario.           

Se il resto degli anni ’70 furono il decennio della crescita e gli anni ’80 quelli del consolidamento e dell’espansione, gli anni ’90 furono per Trump quelli della crisi. Tecnicamente fallito per ben quattro volte, riuscì sempre a tornare a galla, con caparbietà, fede ma anche grazie ad un cavillo legale: il Chapter 11, una norma della legge americana che consente a una società, distinta dai suoi azionisti e amministratori, di rimanere in attività mentre tenta di ristrutturare i suoi debiti. Intanto, il tycoon, naturalmente predisposto alla popolarità, cominciava anche a crearsi un’immagine come personaggio televisivo e mediatico: dopo essere apparso in numerosi spot pubblicitari e aver prestato il volto ad un gioco di società simile al Monopoli, Trump non disdegnò di lasciare il segno (anche se solo per pochissimi secondi, e nel ruolo di se stesso) in vari film e telefilm, da “Mamma ho perso l’aereo- Mi sono smarrito a New York” a “Willy il principe di Bel Air”, fino a “Sex and the City” e “Zoolander”. Inoltre, entrava a pieno titolo e come un tornado (e non poteva essere diversamente, dato il personaggio) anche nel gossip, con la contrastata separazione da Ivana Zelničkova, la sua prima moglie.

L’attrazione per la sfida politica, invece, iniziò col nuovo millennio, quando Trump si candidò con i riformisti alle primarie presidenziali del 2000, ma senza successo. In realtà in gioventù, a partire dal 1964 e fino al 1987  , era già stato iscritto al partito democratico; poi nell’87 era passato ai repubblicani, e vi era rimasto fino al ’99; in entrambi i casi, però si era trattato di una semplice militanza, che non aveva portato a nessun impegno concreto, e soprattutto non sottintendeva ancora nessuna specifica ambizione personale (oltre l’orizzonte degli eventuali agganci per i suoi affari). Lasciati i riformisti nel 2001, torna democratico in quello stesso anno e fino al 2009. Sono gli anni in cui, mettendo a frutto la sua esperienza di vita, diventa un guru della formazione dell’uomo d’affari col suo programma-culto  The Apprentice, che contribuisce a incrementare la sua aura di autorevolezza, insieme ad alcune pubblicazioni di settore in cui si è avvalso della collaborazione di altri colleghi celebri. 

Dopo una breve parentesi da indipendente (2011-12), scacciata la tentazione di candidarsi alle presidenziali del 2012, torna a tutti gli effetti repubblicano, e come tale, nel 2015, scende nuovamente in campo per la presidenza degli Stati Uniti, quella del dopo-Obama. Il resto è storia di ieri e dell’altro ieri: Trump è riuscito a vincere contro tutti, contro gli analisti che prima delle primarie gli davano un 6% scarso, contro il suo stesso partito che ha tentato più volte di rigettarlo come un corpo estraneo, e contro Hillary Clinton che ha provato  ripetutamente ad additarlo al pubblico linciaggio.

Be’, insomma, intendiamoci: Trump un santarello non è, però è un uomo caparbio, dotato di una forte e ruvida fede in se stesso, un uomo di rischio e d’avventura che sa sempre come rilanciare la sua immagine, come un capitale da reinvestire senza sosta in iniziative sempre diverse e puntando sempre in alto.

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