Ebola, muore in Usa medico della Sierra Leone

La vittima, Martin Salia, lavorava a Freetown

pubblicato il 18/11/2014 in Dal Mondo da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Martin Salia

Non c’è nulla da fare: ancora una volta, un’offerta terapeutica all’avanguardia come quella degli Stati Uniti nulla ha potuto in favore di un ammalato di ebola giunto dall’Africa in condizioni già disperate. Rispetto al caso Duncan (il paziente zero), però, sembra che la lezione stavolta sia servita a qualcosa: quantomeno a capire, una volta per tutte, che è inutile pretendere di sconfiggere il virus in pazienti ormai vinti da esso, che provengano o meno dal “triangolo della morte”. Le probabilità di successo contro l’ebola (vaccini in preparazione a parte), come è stato dimostrato dagli altri casi americani, sono legate alla possibilità di trattare il morbo sin dai suoi primissimi sintomi.
In un certo senso, anche se è tragico dirlo, è giusto che a far maturare una simile constatazione sia stata la morte di un medico, l’ultimo addetto ai lavori sacrificato all’altare di questa divinità malvagia, la cui ira ancora non si placa dopo migliaia e migliaia di morti (al momento sono 5177). Eredità migliore, suo malgrado, il povero Martin Salia, non poteva lasciarla. Salia è morto il 17 novembre al Nebraska Medical Center di Omaha, a quarantaquattro anni: lo riferisce la Bbc News. È il sesto sanitario della Sierra Leone che l’ebola si porta via dall’inizio di questa nuova, spaventosa epidemia: il primo, alla fine di luglio, era stato Sheikh Umar Khan, ricoverato nella vicina Liberia. Che, come si ricorderà, è il Paese da cui proveniva Thomas Duncan.
Salia lavorava come chirurgo al Kissy United Methodist Hospital di Freetown, e univa ad un grande attaccamento al lavoro un profondo sentimento cristiano. Non sembra che sia venuto a contatto diretto con ammalati di ebola, almeno in ospedale. Si trovava ricoverato in Nebraska dal 15 novembre.       

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