Iraq, morto ex ministro Tareq Aziz

Fu il braccio destro di Saddam Hussein

pubblicato il 05/06/2015 in Dal Mondo da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Tareq Aziz

Venerdì 5 giugno: se ne va un altro pezzo dell’Iraq saddamiano. Tareq Aziz, eterno n. 2 del raìs di Tikrit, si è spento a settantanove per un attacco cardiaco, a Nassiriya. 

Quando assunse la guida del ministero degli Esteri iracheno, la guerra con l’Iran dell'ayatollah Khomeini era scoppiata da appena tre anni. E ministro degli Esteri Aziz lo rimase fino al 1991, cioè fino a dopo la fine della Prima guerra del Golfo. Da allora e fino al 2003 continuò a fare  “semplicemente” il vicepresidente dell’Iraq, carica che ricopriva sin dal 1979, succedendo a Saddam in persona.La sua militanza nel partito Ba'th, invece, era iniziata nel 1968

Era un cristiano, Tareq Aziz, all’anagrafe Mikhail Yuhanna. Più precisamente un cattolico caldeo, nato da una famiglia di discendenza greca nel villaggio di Tel Keppe, il 28 aprile 1936. Magari è anche per questo che finì con l’essere conosciuto come il “volto umano” del regime di Saddam Hussein: il consigliere moderato, baluardo costante delle speranze internazionali di rendere il “grande tiranno” più trattabile, o più accondiscendente.

Speranze quasi sempre deluse, ma con tutto questo, finché rimase in sella quell’uomo “molto traumatizzante” (questo dovrebbe significare Saddam nell’arabo iracheno, secondo Magdi Allam), non perse mai il suo prestigio, prima di tutto agli occhi del mondo. Volendo fare un paragone con la storia romana, si potrebbe dire che è un po' come un Nerone che non ha rinunziato al suo Afranio Burro, per passare ad un Tigellino.

Però, anche il lato solare del regime ha avuto i suoi lati oscuri: le sue responsabilità nella questione curda e nella repressione delle rivolte sciite nel 1991, il cui ultimo capitolo fu il blitz della polizia che, nel 1999 a Baghdad, in piena preghiera del venerdì, provocò la morte di quarantadue persone, sono infatti alla base dei guai giudiziari che gli sarebbero piovuti in testa nel primo decennio del XXI secolo.

Puntualmente, infatti, caduto Saddam, e finito il ministro prigioniero degli americani – stessa sorte, nel frattempo, stava capitando a buona parte degli altri cinquantacinque pezzi da novanta dell’ancien regime –, per Aziz, che nella lista dei ricercati era stato il n. 43 e poi il 25, si aprì la dura fase del regolamento dei conti con la giustizia. Nel marzo del 2009, nell’arco di pochissimi giorni, venne prima scagionato e poi condannato a quindici anni di carcere per i fatti di Baghdad.  Ad essi se ne aggiunsero altri sette, comminatigli in agosto per aver pianificato il genocidio e la deportazione dei Curdi dal Nord Iraq (inizio  anni ’80).

Infine, nel 2010, venne condannato a morte tramite impiccagione per le persecuzioni contro gli sciiti in Iraq. L’antica considerazione internazionale di cui godeva Aziz gli tornò però in aiuto in quel difficile momento, quando l’Unione Europea si pose in prima fila per chiedere, e ottenere, la sospensione della condanna. Sicché alla fine l’ex amico saddamiano dell’Occidente è deceduto per cause assolutamente naturali: nell’ospedale della città dove si trovava detenuto, verosimilmente dall’inizio della  stagione dei suoi processi (in precedenza, invece, sembra fosse stato recluso a Camp Cropper, non distante da Baghdad). 

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