De Andreis: Rai, largo ai giovani

Basta remake, puntare sul “sicuro interesse”

pubblicato il 22/12/2014 in Interviste da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Paolo De Andreis

Sceneggiati e bio-fic a gogo, tonnellate di talent (la new wave del genere reality), talk show e varianti sul tema, che hanno ormai occupato tutto lo spazio del “talkabile”, preserali-corazzata, ma anche nicchie di servizio pubblico di qualità… Al di là di un’offerta che, almeno dal punto di vista quantitativo, sembra non soffrire la crisi, come sta messa davvero la Rai oggi? Paolo De Andreis, bandiera e colonna della radio-televisione statale italiana, capostruttura di Raiuno per una vita (oltreché mister Domenica In, boss di Quiz Show, blobbatore di Supervarietà, e chi più ne ha più ne metta), ha qualcosa da dire in merito. E una voce autorevole come la sua non può non essere raccolta.  

De Andreis, secondo lei l’Italia ha ancora bisogno di Rai oggi?

Certamente l’Italia ha bisogno della Rai, ma non della Rai attuale. Ha bisogno di una Rai che incarni davvero lo spirito del servizio pubblico, e che soprattutto sappia volare al di sopra delle parti.  Logicamente è la qualità del materiale umano (dirigenziale) che garantisce l’imparzialità. Dal punto di vista dei contenuti, è desolante constatare come in pratica non si avverta più la necessità di avere una tv dei ragazzi, e parallelamente una tv in grado di educare anche gli adulti. In compenso abbiamo una proliferazione incomprensibile, ad esempio, di talk show politici, che oltretutto non sembra abbiano realmente come missione quella di rendere accessibile la politica allo spettatore.

Come sta la Rai, oggi?

La Rai era – e sottolineo era – la più grande azienda d’Europa, se non addirittura del mondo, nel campo della comunicazione audiovisiva.  Raccoglieva nella sua “cabina di regia” i più grandi esperti di comunicazione, di intrattenimento, di spettacolo, e poteva vantare riferimenti culturali di prim’ordine. Oggi vive un indubitabile momento di crisi generale e generazionale. Devo ammetterlo: parlando di Raiuno, la rete che mi riguarda più da vicino, dopo la generazione dei grandi maestri, Fuscagni, Milano, Tantillo, per non parlare dell’immenso Brando Giordani e di Giovanni Salvi, la mia generazione forse non ha saputo essere del tutto all’altezza, ma almeno abbiamo provato a mantenerci nel solco dei nostri predecessori. E non ce la siamo cavata male. Quelli venuti dopo di noi, invece, sembra siano atterrati a viale Mazzini (la sede centrale della Rai a Roma, ndr) provenienti da chissà quali galassie. Probabilmente fanno tutto un altro mestiere, ma la qualità che ha fatto la storia delle dirigenze Rai non è l’essere alieni dal contesto, bensì l’essere eclettici (e culturalmente flessibili, trasversali). 

Lei nasce nel cine-management, al fianco di registi come Zeffirelli e Bolognini, per citarne due. Ed ha avuto il “battesimo” in Rai proprio come responsabile di una produzione cinematografica, Marco Polo, che è rimasta nella memoria collettiva. La fiction è certamente il suo pane. Crede che quella di oggi sia ancora all’altezza dell’offerta Rai di soltanto trent’anni fa?

Be’, bisogna fare un distinguo: Marco Polo fu un kolossal da trentacinque miliardi di lire che non si può paragonare a molte delle fiction di oggi. La Rai riuscì a venderlo a scatola chiusa agli Stati Uniti per 16 miliardi di lire, e fu anche un’occasione di apertura diplomatica con la Cina – con la Cina dei primi anni ’80, che non è la Cina di oggi -. Il problema è che una volta un produttore poteva fare una scelta oculata, e senza fretta, tra quattro o cinque progetti di altissima qualità – a parità di eccellenza, doveva in pratica scegliere il prodotto migliore tra i migliori, il più convincente e “catturante”, e impegnare in esso un certo budget -, oggi invece sembra che ci sia quest’infernale obbligatorietà di fare almeno due progetti all’anno se non di più, e i criteri di selettività si sono molto allentati (si guarda spesso al basso costo, che da un lato magari è positivo,  vista anche la crisi, ma dall’altro assai meno). La cosa più rischiosa è credere di andare sul sicuro proponendo remake, storie e personaggi che già avevano conquistato il cuore del pubblico: ma è inutile rifare qualcosa che era stato già fatto egregiamente e con attori irripetibili. Anziché ripetersi o mettere in scena figure che, pur essendo significative, non parlano alle grandi platee (De Andreis cita Ambrosoli, ndr), bisognerebbe trovare vicende e volti “di sicuro interesse”, capaci cioè di coinvolgere, per rappresentatività, emotività, importanza,  il pubblico culturalmente e anagraficamente più largo possibile.

Possiamo legare il concetto di “servizio pubblico” a questa capacità di venire incontro ad una platea di spettatori la più larga possibile?

Precisamente. Il servizio pubblico è un “linguaggio universale”, è l’informazione, la divulgazione e l’intrattenimento alla portata di tutti, a partire da chi ha soltanto la quinta elementare per arrivare al grande cattedratico. Alla fine degli anni ’80 questo concetto è stato ben esemplificato da un programma che mi è rimasto particolarmente nel cuore, Piacere Raiuno: grazie a quella felice esperienza siamo riusciti a portare alla ribalta, in modo divertente, pezzi di Italia spesso sconosciuti al resto del Paese, e credo, anche a far superare un po’ di pregiudizi e false nozioni. Dopo due stagioni, il programma è stato annullato perché costava troppo, ma sono sicuro che si potrebbe rifare, anche con meno soldi, e con invariato successo. Tra l’altro, entrare a contatto con la realtà autentica della provincia significherebbe far capire che, nonostante la crisi, l’Italia ha dentro di sé tante energie spendibili per suonare la riscossa. Dunque servirebbe ad alimentare la speranza, soprattutto nei giovani naturalmente.

A proposito di giovani: negli ultimi anni lei si dedica ad organizzare incontri televisivi di alto livello per gli studenti della scuola di cinema e televisione della Luiss. In loro vede il futuro della televisione, e quello della Rai?

Be’ io adoro i giovani, amo stare in mezzo a loro e lavorare con loro. Negli occhi di quanti di essi vorrebbero accostarsi al mondo della televisione (e non solo nei loro, com’è ovvio), io leggo lo stesso bisogno: quello di avere un’opportunità. Con questa debolezza dell’azione statale di fronte all’emergenza-lavoro nel nostro Paese, la Rai, che rappresenta lo Stato a livello radiotelevisivo, potrebbe, almeno sul suo fronte di competenza, risolvere un po’ la situazione. La soluzione da attuare non sarebbe così complicata: basterebbe che l’azienda si impegnasse ad introdurre almeno un giovane per programma, come autore praticante o tirocinante (e lo vediamo ogni giorno che plotone di autori ci sia dietro ogni programma), tra tutti quelli che aspirano a lavorare in televisione e pensano di avere delle capacità per farlo. Sarà poi la selezione “sul campo”, inevitabilmente, a stabilire chi può andare avanti e chi, invece, si deve fermare. Ma un’opportunità dev’essere offerta: tra l’altro, sono convinto che, se la Rai desse l’esempio, le si accoderebbero volentieri anche Sky e Mediaset. E, finalmente, dopo tanto tempo, rivedremmo una Rai di nuovo capofila, com’è nel suo stile e nel suo blasone, e non inseguitrice. 

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