Mauro Giancaspro: “Il bibliotecario? Il miglior amico del libro”

“Alla biblioteca spetta custodire i libri, al pubblico esaltarli o demonizzarli”

pubblicato il 11/09/2015 in Interviste da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Mauro Giancaspro

Sindrome di Stendhal.

Viene descritta come quel senso di commozione profonda che prende l’appassionato d’arte nel momento in cui contempla un’opera di pittura o di scultura, e lo rapisce al punto da provocargli le vertigini e farlo svenire. Ha certamente qualcosa a che fare con la percezione emotiva del sublime. Prende il nome da Stendhal, ma la sua scoperta scientifica si ebbe nel 1977 per merito di Graziella Magherini.

Morbo di Gutenberg. È l’insaziabile sete di libri, e più in generale di carta stampata, che anima il lettore accanito. Una sete che spinge il “malato” non solo a consumare l’oggetto-libro, ma anche a renderlo parte integrante della sua vita, del suo mondo interiore, del suo paesaggio domestico. In pratica è la formula perfetta per definire, con una bella e dotta circonlocuzione, la bibliofilia. Prende il nome da Gutenberg, il genio che liberò dalla schiavitù filiere e filiere di copisti e garantì al libro una circolazione più veloce e universale, ma, anche in questo caso, a riconoscere “scientificamente” il fenomeno è stata un’altra persona, Mauro Giancaspro.

Una vita spesa per i libri, la sua, e per la buona amministrazione di essi. Dieci anni direttore della Biblioteca Nazionale di Cosenza, e poi per un dodicennio dominus illuminato di quella di Napoli, la sua città. Nel frattempo, tanti buoni libri scritti di suo pugno. Sul mondo dei libri, prevalentemente. In un lavoro come il suo, si sa, il 70% è pura (e forse un po’ arida) biblioteconomia, il restante 20 è altrettanto (o più o meno) pura bibliofilia. Dipende dai bibliotecari, comunque. Nel caso di Giancaspro invertiremmo volentieri le quote e, anzi, sottrarremmo anche qualcos’altro alla percentuale di biblioteconomia: per lui può bastare anche un 10%. L’altra metà la colma egregiamente la… bibliotecoteoria. O bibliotecoteoresi.

Dottor Giancaspro, il vero bibliotecario è anche sempre un bibliofilo, o è più frequente trovare un profilo di bibliotecario più vicino a quello di un amministratore di un bene come un altro?

È molto difficile e faticoso fare il bibliotecario senza amare profondamente il libro. D’altro canto un bibliotecario deve saper essere anche amministratore attento di un patrimonio culturale, al quale è affidata la conservazione della memoria e che va gestito come servizio da offrire agli utenti. Ma il libro è anche bene materiale da tutelare, conservare e, all’occorrenza, restaurare.

La biblioteca è davvero un’arca di Noè, o non tutti i libri meritano di essere conservati in biblioteca?

Ogni biblioteca – nazionale, statale, provinciale, civica che sia – raccoglie, custodisce e gestisce i libri secondo gli specifici compiti istituzionali che gli sono propri. La selezione e la scelta di libri – che Josè Ortega y Gasset proponeva come missione del bibliotecario – non può essere compito di una biblioteca, che in questo modo assumerebbe ruoli censori. La biblioteca deve testimoniare e documentare la memoria scritta e garantire la più ampia libertà di accesso alla lettura. Ai lettori e agli studiosi compete il giudizio sul libro. Vada dunque per la metafora che lei suggerisce!

C’è differenza di valore tra il libro che si può consultare in biblioteca e quello che si compra in libreria?

Se ci riferiamo al valore culturale e alla funzione della lettura come strumento di libertà, non c’è alcuna differenza.

Dal punto di vista del bibliotecario, cosa conta più dell’oggetto libro? E dal punto di vista del lettore?

Oggi, per l’uno e per l’altro, bibliotecario e lettore, più dell’oggetto conta il cosiddetto contenuto, che oggi si è smaterializzato nella scrittura elettronica. Ma sia per il bibliotecario che per il lettore, ha ancora il suo fascino, per fortuna,  il rapporto tattile e olfattivo con la materialità del libro.

C’è un modello di bibliotecario, nella letteratura o nella storia, che è un po’ la quintessenza di questo mestiere? Le faccio due nomi: Mattia Pascal e Svetonio: che ne pensa?

Se avrà modo di leggere Antatole France si renderà conto di quanto i bibliotecari nella letteratura siano stati spesso bersaglio di ironie e di luoghi comuni. Anche in certa filmografia americana le bibliotecarie, in particolare, sono viste come donne fuori del mondo, tristi e assai poco femminili. Huysmans in “À rebours” che riferendosi a delinquenti di rango, scrive “... e così servivano almeno ad aumentare un po’ il prestigio della giustizia umana, che non potendo sempre evitare di essere parziale, finiva col nominarli bibliotecari delle carceri”. È difficile trovare nel passato un modello di bibliotecario. Possibile, invece, trovare tantissimi modelli di innamorati del libro che hanno con il loro esempio e la loro opera giovato alla causa della lettura. Ma gli esempi sono così tanti, per fortuna, che è impossibile farne una selezione da contenere negli spazi di un’intervista... 
 

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