Laura Boldrini : Le donne hanno diritto ad un linguaggio femminile

La presidente della Camera fa notare che il parlamento ha bisogno di declinazioni al femminle

pubblicato il 06/03/2015 in Politica da Valentina Roselli
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Valentina Roselli

Laura  Boldrini scrive una lettera ai colleghi di Montecitorio per far presente la questione del linguaggio maschile che imperversa nella istituzioni in modo ingiusto. Richiama le regole dell'Accademia della Crusca. Coglie l’occasione per farlo alla vigilia della festa della donna. La Presidente  inizia ricordando che "in questa legislatura si registra il numero più elevato di deputate, circa il 30%, così come si riscontra un significativo numero di donne che rivestono cariche e ruoli istituzionali".

Da qui all’adeguamento del linguaggio  parlamentare alla presenza femminile il passo è breve. “Credo sia importante da parte della presidenza della Camera -scrive Boldrini- richiamare l'attenzione sulle modalità di svolgimento dei dibattiti parlamentari, in Aula e presso gli altri organi parlamentari."

Del resto, ricorda Boldrini, citando le predisposizione dell'Accademia della Crusca, crede "non corretto sul piano linguistico il ricorso al genere maschile per riferirsi a una carica o a un ruolo istituzionale ricoperti da una donna". "Il linguaggio -spiega Boldrini- è importante perchè deve riconoscere la donna nel suo percorso negli anni. E se suona male pazienza ed è solo perché non siamo abituati a chiamare le cose con il loro nome in base al genere. Ma la società cambia e il linguaggio si deve adeguare ai cambiamenti sociali." Laura Boldrini cita la Guida dell'Accademia della Crusca, affermando che "ogni incarico può essere declinato al femminile, non farlo è un paradosso linguistico. Anche perchè si arriva a dire il ministro è incinta oppure il ministro porta il marito e il figlio con sè."

Per la Presidente della Camera questi cambiamenti fanno parte di una politica del riconoscimento dei diritti della donna cittadina e persona ai vertici di istituzioni e imprese. Coerenza quindi e lavorare anche sulla pubblicità " quella pubblicità dello stereotipo anni '60 non ci restituisce più il ruolo che noi abbiamo nella nostra società." conclude.

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