Ciclismo in lutto: morto Alfredo Martini

Morto a 93 anni l’ex ct azzurro delle due ruote

pubblicato il 29/08/2014 in Sport da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Alfredo Martini

Al pari di tutti i grandi tecnici (nel ciclismo come nel calcio e in altri sport), Alfredo Martini, spentosi il 25 agosto alla veneranda età di 93 anni, non aveva avuto una carriera agonistica rilevantissima. Era stato professionista delle due ruote dal 1941 al 1957 e aveva vinto qua è là qualche tappa sparsa. Quella conquistata al Giro d’Italia del 1950 (Salsomaggiore-Firenze, tappa n. 2, 25 maggio), resta la più importante, insieme a quella di apertura del Giro di Svizzera, l’anno successivo. Che corsa fu, nel complesso, la rosea edizione n. 33 per il Martini ciclista: la più grande prodezza pedalatoria della sua vita, che si concluse sul podio dietro a Koblet e al “gigante” Bartali. E non senza aver provato la soddisfazione di indossare, per un giorno solo, la maglia rosa: accadde il 31 maggio, dopo la Locarno-Brescia (tappa n. 7).
Ben altre soddisfazioni, comunque, il corridore di Calenzano era destinato a togliersi da conducator. A partire da subito, cioè da direttore sportivo della Ferretti: era il 1971, e sotto la sua guida, il pistard svedese Gösta Petterson vinse il Giro d’Italia. Poi, dopo un’esperienza alla Sammontana, gli si aprirono le porte della Nazionale. Anno 1975, Dino Martini diveniva il nono commissario tecnico degli azzurri sul sellino, dopo Guerra, Lugari, Binda, Covolo, Magni, Carini, Ricci e Defilippis. Prima di lui i direttori tecnici più “longevi” erano stati il mitico Binda (1950-61) e Mario Ricci (1967-72): Martini li avrebbe ampiamente superati, divenendo l’equivalente ciclistico di Vittorio Pozzo nel calcio e di Sandro Gamba nel basket. Ventidue anni di gestione tecnica, un’era della storia del ciclismo italiana che va da Saronni a D’Amore, passando per Argentin, per Moser, per Bugno, per Chiappucci, per Cassani, per Cenghialta, per Fondriest: tutti figli suoi. E quanti trionfi iridati, sei, da quello di Moser a San Cristóbal in Venezuela (1977) al doppio Bugno di Stoccarda e  Benidorm, Spagna, nel biennio 1991-92; in mezzo, le imprese di Saronni a Goodwood, in terra inglese (1982), di Argentin a Colorado Springs, Usa (1986), di Fondriest trionfatore a Renaix, in quel del Belgio (1988). E poi ancora sette argenti e altrettanti bronzi. Carico di onori, il grande Vecchio lasciò nel 1998 ad Antonio Fusi., per divenire supervisore di tutte le squadre nazionali di ciclismo e presidente onorario  della federazione Ciclistica Italiana. Se Bartali è passato alla storia per quella sua auto-esortazione da perfezionista incallito, “L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare”, Martini sarà ricordato per la più bella definizione dello sport delle due ruote, “Ciclismo vuol dire fratellanza”. Credeva così tanto in questo da arrivare a proporre l’assegnazione al suo sport del Nobel per la pace: la sua visione pura, poetica del mondo della pedalata si scontrava però con una realtà fatta, negli ultimi decenni, soprattutto di doping e grandi imprese truccate. E così il sogno di un grande uomo della bicicletta, ancor più grande nel dirigere gli altri seduti su un sellino, rimase tale.    

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