Serie A, Emilia serbatoio delle provinciali

Menotti avrebbe esultato?

pubblicato il 02/05/2015 in Sport da Gianluca Vivacqua
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Gianluca Vivacqua
Anche Ciro Menotti avrebbe gioito per la promozione del Carpi

Martedì 28 aprile, ore 23.00 circa. La città di Carpi esplode di gioia perché, per la prima volta nella storia, la sua squadra di football approda nella massima serie. 

Agli uomini di un monumentale Fabrizio Castori basta un pareggio interno con il Bari, per di più in bianco, per guarnire con la classica ciliegina un torneo che nessuno potrà mai dimenticare, da queste parti.

Ma il vostro intrepido inviato, qualche ora prima che al “Cabassi” venisse fischiato l’inizio del decisivo match, si era già piazzato sul principale forum dei tifosi carpigiani. Sarà che è stato subito percepito come un forestiero, sarà che forse è scattato, in un certo senso, il (comprensibilissimo) fattore-scaramanzia, fatto è che egli è rimasto sostanzialmente deluso nella sua speranza di trovarsi come in mezzo a corso Alberto Pio, nel momento in cui è più trafficato: semmai, gli sarà pure parso di aver passeggiato, in corso Alberto Pio, ma quando tutti i carpigiani sono in vacanza. Oppure può essersi trattato di un problema di… richiesta. Magari a qualcuno sarà suonato strano che si aggirasse, con la lanterna in mano, a cercare il... lato menottiano del calciofilo di Carpi.

Già, Ciro Menotti. Insieme a Liliana Cavani e a Manfredo Fanti, uno dei figli più illustri di quel centro. La domanda era: “Ciro Menotti che cosa avrebbe pensato, secondo voi, di questa promozione, se avesse potuto viverla a fianco a voi?”.

Menotti, si sa, nato a Migliarina, non molto lontano da Carpi, aveva un sogno meraviglioso: affrancare il ducato di Modena, di cui Carpi in epoca risorgimentale faceva parte, dal giogo austriaco. Da buon carbonaro, non concepiva neanche l’idea di un’Italia unita e libera. Gli sarebbe bastato vedere la sua città, e il ridente territorio intorno, padroni di sé, dei propri destini politici. Ma l’arciduca Francesco IV, strettamente imparentato con gli austriaci, com’è noto gli diede manforte sperando di farne una pedina per le sue ambizioni egemoniche: il ducato di Modena, così com’era nei suoi limiti territoriali, gli stava stretto, e avrebbe voluto allargarlo, approfittando del caos di una rivoluzione “liberale”.

L’unico tifoso che ha abbozzato una risposta all’intervista (inutile riportarne il nome perché, si sa, nei forum non si usano quelli veri) ha scritto: “Il nostro Ciro ha una storia controversa. Era amico del duca e si era messo d’accordo con lui per una rivoluzione che gli avrebbe dato più potere. Ma all’ultimo momento, ripreso dagli austriaci, il duca se l’è fatta sotto e ha fatto fare a Menotti la fine che conosciamo”. 

Può darsi. Può darsi che Menotti abbia una storia in cui le luci si mescolano alle ombre, ma è fuor di dubbio che sono solo ombre quelle che avvolgono la figura di Francesco IV. Claudio Lotito, presidente della Lazio e consigliere della Figc, nell’ambito del calcio italiano è uno dei Francesco IV di oggi: un potente che vorrebbe i piccoli “popoli” calcistici  sottomessi ad un sistema fondato, ai livelli più alti del professionismo, sull’egemonia incontrastata dei soliti forti. “Popoli”, o città, senza nessuna possibilità di essere realmente protagonisti, al massimo comprimari ma a livelli marginali.

Però è finito il tempo dei ribelli destinati all’impiccagione: dopo Sassuolo, un altro comune del ducato di Modena ha portato felicemente a termine la sua insurrezione pedatoria, e si appresta a proporsi come realtà libera e indipendente in un mondo di dominatori. Stavolta, però, dietro non c’è la ceramica, ma l’abbigliamento. Ciro Menotti, uomo libero ed elegante fino alla fine, ne sarebbe stato probabilmente felice.   

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